Il labile confine tra democrazia liberale e oligopolio dei giganti della rete.

Il ruolo e il potere crescente dei colossi della rete su scala globale inducono a porsi delle domande per le quali si rende sempre più pressante trovare delle risposte e delle soluzioni.

Per anni le piattaforme on-line, i cosiddetti “social network”, hanno operato limitandosi a un ruolo neutrale di diffusione dei contenuti, senza intervenire nella loro moderazione, né tantomeno ricorrendo alla censura, lasciando che gli utenti si assumessero le proprie responsabilità di fronte all’autorità giudiziaria in caso di reati. E’ aumentato, invece, in modo esponenziale nel tempo, l’intervento dei gestori in maniera sempre più simile a quella di un editore che monitora e decide quali contenuti possano essere pubblicati. L’obiettivo è indubbiamente di fondamentale importanza e riguarda la lotta alla violenza e la censura di ogni possibile istigazione alla stessa. Tuttavia, molto spesso la censura della violenza diventa censura politica e si fonda su precise linee editoriali definite dai social network, pur mantenendo i gestori le responsabilità proprie di una piattaforma neutrale, godendo finanche di scudi legali.


Al tema della responsabilità, se ne associa tuttavia un altro ancora più rilevante, cioè quello della legittimità democratica. In oltre 10 anni sono state effettuate oltre 400 acquisizioni aziendali nella quasi assenza di norme anti-trust, arrivate poi in modo tardivo, a oligopolio ormai costituito. Si è creato dunque un sistema di mercato controllato da una ridotta minoranza di gestori che esercitano un controllo massivo dell’informazione su scala globale. Inoltre, in questo caso il mercato di riferimento impatta direttamente sulla libertà di espressione e sull’informazione e vi è dunque una preponderante rilevanza pubblica del servizio offerto da soggetti privati.

Creare un oligopolio di mercato concentrando nelle mani di una ridotta cerchia di piattaforme il controllo dell’informazione sulla rete e dargli potere di censura e di decidere chi possa esistervi e cosa possa o debba dire, sostituendosi talvolta anche all’autorità giudiziaria nel definire cosa è lecito e cosa no, implica la necessità di porre tutele per evitare derive liberticide e autoritarie su scala globale, permettendo sì di combattere ogni forma di violenza, ma anche garantendo l’espressione del libero pensiero.

Tuttora, il tutto avviene tramite i termini dei servizi che si accettano nell’accedere alle piattaforme, ovvero regolamenti che rappresentano l’attuale strumento dei gestori privati per giustificare le proprie limitazioni alle pubblicazioni. “Se non gradisci la nostra piattaforma e le sue condizioni, puoi sempre abbandonarla”, questo il messaggio indiretto destinato agli utenti della rete. Un po’ come se questi fossero ospiti di una casa privata il cui proprietario sia il solo a deciderne la presenza. Il che sarebbe assolutamente legittimo se anche le piattaforme operassero in regime di concorrenza equa e avessero delle responsabilità, a differenza di quanto accade.

Può dunque un soggetto, pubblico o privato che sia, operare in regime di oligopolio e avere diritto di censura tramite propri regolamenti e termini di servizio, talvolta sostituendosi anche all’autorità giudiziaria? Come garantire la pluralità di opinioni, la libertà di espressione e una equa concorrenza in un contesto in cui un ristretto numero di gestori detiene una concentrazione di capitali e di quote di mercato, facendo cartello e scoraggiando l’accesso al mercato di potenziali soggetti nuovi entranti? E al contempo, come garantire la lotta a ogni forma di violenza e alle possibili derive che ne possano conseguire?

Queste sono ovviamente solo alcune delle domande che ci si pone in seguito all’aumento di episodi di censura da parte delle piattaforme on-line. E’ indubbio che non sia sostenibile il semplice richiamo ai loro termini di servizio vista la sproporzione esistente che separa le due parti contraenti, di cui una è un colosso finanziario che opera in regime di oligopolio e l’altra un utente della rete con scarsi mezzi economici e legali.

Tali quesiti non sono tuttavia banali, ma vanno di pari passo con il sistema sociale in cui viviamo e che vogliamo lasciare alle generazioni future. Oggi si tratta della cancellazione di un post o di un account, ma se si dovesse continuare in tale direzione domani potrebbe esserci interdetto un acquisto, un ordine, un pagamento, un viaggio e potrebbero non esserci offerte alternative diverse da quelle proposte dal sistema oligopolistico.

Il tema essenziale è decidere in che tipo di società vogliamo vivere in futuro, se continuare a difendere il sistema della democrazia liberale occidentale che si fonda sullo Stato di diritto o piuttosto cedere il potere e il controllo a un regime oligopolistico che consenta a una ristretta minoranza di gestori di decidere per la maggioranza della popolazione.

E tra le due ipotesi, le norme che regolano la democrazia liberale sicuramente consentono al contempo di tutelare la libertà, combattere la violenza e ogni forma di dittatura digitale del pensiero unico dominante.

FF

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